POLE-POLE
Pole pole, Swahili per “lentamente” o “piano, piano”.
Il nostro arrivo ai piedi del Kilimangiaro è ovattato, i suoni vengono smorzati dalle ore di volo e dall’aria calda.
Con passo svelto entriamo in aeroporto. “Immigration Controls”, la fila s’ingrossa, gli ufficiali di turno sorridono e sbattono il timbro sui passaporti dei turisti che invadono la sala.
Al banco “Tanzanian Citizens” il poliziotto scorre la penna sulle parole crociate, nessuno di ritorno.
La nostra guida ci accoglie all’uscita dell’aeroporto, sembra che si sia appena svegliato, ma non è così, almeno credo. Lentamente ci accompagna all’auto e ad attivare la sim.
Di nuovo in movimento verso Arusha, il punto di smistamento per chi parte verso i parchi nazionali. Le strade sono vive di colori, rumori e odori.
Tutti ridono, un vespaio di auto e motorini ci circonda, ogni veicolo si muove nello stesso senso seguendo direzioni opposte.
Centro di Arusha, cambio auto. Land Rover giapponese, ci vorrebbe una scala per entrarci.
Hamis, driver con esperienza, parla inglese con un forte accento africano, è molto simpatico, forse lo è un po’ meno alla frizione che non riesce mai a rilassarsi sotto i 3500 giri del motore, la quinta marcia sembra non essere degna della strada.
Urlando e ringhiando il fuori strada ci accompagna fino a Karatu, ultimo villaggio prima dei parchi nazionali.
L’aria fresca e il verde delle fattorie ai lati della strada contrasta con la spazzatura che delimita l’asfalto.
Giungiamo presso il Mawe Lodge Camp. La notte passa in un silenzio a cui non siamo abituati, il primo regalo di questo continente.
La mattina ci svegliamo all’alba, grandi nuvole galoppano sopra di noi e il sole inonda l’orizzonte infuocandolo, in lontananza sentiamo il villaggio e la strada che sembra non essere mai andata a dormire. Colazione abbondante, di nuovo in marcia, affrontiamo il cratere dello Ngorongoro. Dall’alto sembra un’enorme pianura statica, scendendo ci rendiamo conto di quanta vita pulluli a così poca distanza dall’uomo. Primi contatti con fenicotteri, gnu e zebre. Pochi minuti e incontriamo due leoni, una femmina e un maschio mentre camminano noncuranti della nostra presenza, l’attenzione di tutti, animali compresi, non può che fissarsi su di loro.
Passiamo buona parte della giornata a godere del parco, dopo pranzo ci dirigiamo verso Nord, direzione Serengeti.
Abbiamo sentito parlare del Serengeti, abbiamo guardato molti documentari sul Serengeti, pensiamo di essere pronti per il Serengeti. Non immaginiamo quello che ci regalerà.
Entriamo nel parco nel tardo pomeriggio, all’orizzonte nuvoloni neri brontolano spintonandosi e scaricano la loro rabbia al suolo in colonne d’acqua visibili a chilometri di distanza.
Ci avvisano che per quanto possa essere bello ed emozionante non dobbiamo dare per scontato di vedere un ghepardo o molti leoni, è stagione secca. Nei primi cinque chilometri vediamo quattro leoni sdraiati a bordo strada. Due cuccioli, una femmina e un bellissimo maschio. Altri pochi chilometri, e a bordo strada ci aspetta un adulto di ghepardo, si stiracchia, sbadiglia, beve e si sdraia in bella mostra, da bravo felino.

La strada scorre a gran velocità sotto ai nostri piedi, per quanto viaggiamo veloci il mondo intorno a noi sembra lento e silenzioso, la natura vive ad un ritmo magico e noi voliamo al suo interno per raggiungere il nostro campo base con ancora un po’ di luce. L’atmosfera non lascia possibilità alle parole. Il tramonto contrasta con la tempesta in arrivo. Incrociamo un’altra famiglia di leoni, i cuccioli giocano con la madre. Hamis ha fretta di rimettersi in marcia, non ci sono segnali lungo la strada e le buche non danno tregua, non è consigliabile trovarsi di notte alla ricerca di un luogo senza indicazioni.

Arriviamo al Mawe Tended Camp. Sta scendendo la sera, vicino alla tenda principale un falò scoppietta e profuma di legna bruciata l’aria, siamo nel cuore della savana, nessuna casa in vista, nessun campanile a interrompere il verde, regna il silenzio più assoluto.
Ci accompagnano alla nostra tenda, ci aspettano per riportarci a cena, e poi per riaccompagnarci a dormire.
Al ritorno è buio pesto, non si vede oltre il cono di luce della torcia di chi ci accompagna, chiudo la fila, l’erba alta e il frinire dei grilli ci circonda. Il sentiero che ci riporta alla tenda non è lungo, ma sembra non finire mai. Non sono mai stato così cosciente di quanto la mia schiena sia nuda e vulnerabile.
Ci corichiamo, la savana fuori prende vita, si sentono le iene con la loro risata isterica, i leoni con il loro profondo e cupo richiamo e le zebre fischiare spaventate.
O almeno è quello che mi viene detto al mattino, io, ho dormito tutto il tempo.


Tatuatore, lettore, camminatore.
agostino.oscar18@gmail.com