
Il fascino di un concerto dal vivo è direttamente proporzionale a tanti di quei fattori che trarne una formula risulta pressoché impossibile: le variabili sono bravura dei musicisti, coinvolgimento, energia, location, meteo se il concerto è all’esterno, organizzazione, acustica, tipologia di pubblico, storia della band, forma psico fisica del gruppo; e potremmo proseguire per altre decine di motivazioni, alcune al limite della cialtroneria, altre sottovalutate ma decisive, che concorrono con X, Y e Z alla riuscita di una serata.
Certo è che il 2 luglio all’I Days le due band headliners hanno offerto una performance fantastica. Skunk Anansie e Red Hot Chili Peppers non hanno deluso le attese della mia famiglia. Sì, perché il bello è che ho assistito al concerto con mia moglie e i miei due figli di 29 e 20 anni. È stato fantastico, non solo perché abbiamo ripetuto l’esperienza di assistere a una gig dei Red Hot dopo l’anno scorso al Firenze Rocks (e a Milano non eravamo l’unico gruppo familiare, evidentemente la band piace trasversalmente a generazioni diverse); ma anche perché i californiani non hanno deluso, nonostante il controsenso che qui di seguito descriverò.

Sentivo i commenti della gente a fine set: la scaletta aveva lasciato l’amaro in bocca a buona parte del pubblico. Sembrava quasi che questo sentimento potesse oscurare l’ottima performance della band. Ma del resto con una produzione vasta come quella dei RHCP qualcosa di importante resterà sempre escluso e io stesso avevo un senso di incompiuto al termine della serata. Tuttavia ho potuto godere di “Wet sand” live, e questo sarebbe valso il prezzo del biglietto da solo (beh, magari con un paio di consumazioni incluse, dai).
Quel che mi resta della serata, a parte cantare abbracciati a moglie e figli (cosa che porterò dentro di me per sempre) è l’amore evidente del pubblico per la figura di John Frusciante.
Si respira in ogni momento, e non credo che la cosa sia dovuta alla sua bravura. John è talentuoso, sofferente, imprevedibile, ma obiettivamente esistono chitarristi molto più precisi e tecnici. Ma Frusciante non ha mai cercato precisione e tecnica pura, vuole comunicare emozioni e la chitarra diventa la sua voce, e adesso che, al suo secondo rientro nella band dopo quello del 1999/2000, egli ha imparato a gestire la bizzarria dei suoi solo finali interminabili, il set dei Red Hot è pressoché perfetto.
Non credo nemmeno che John piaccia per il suo look. Potrebbe essere il vicino celibe della porta accanto. Si veste da scapolo a vita, si muove come un nemico delle palestre e dello jogging.
Tantomeno credo sia per la sua personalità: non parla mai in pubblico.

E allora cos’è che entra nei cuori della gente, qual è l’aspetto di Frusciante che lo rende amabile alla gran parte?
Credo sia una questione di vulnerabilità.
Prendiamo Novak Djokovic. D’accordo, Nole è un atleta, ma la perfezione della sua carriera è basata su professionalità, allenamento, serietà, continuità. Come l’armonia del suo fisico, asciutto e perfettamente proporzionato. Tutte caratteristiche condite da una tenace personalità. Doti irrinunciabili per uno sportivo di lunga durata. Nole è l’atleta che conosciamo perché è una sorta di uomo senza debolezze, un sempre presente nell’Olimpo.


John è il suo opposto. Discontinuo, tanto da ritirarsi a vita interiore e produzione personale per svariati anni, in due diverse fasi della sua carriera. Imprevedibile. Testardo nelle sue idee. Le sue pause gli sono servite, probabilmente, per realizzare il suo vero concetto di musica, molto minimalista (emblematico il titolo di uno dei suoi album solisti “To record only water for ten days”, adorabile). Eppure egli rappresenta un’araba fenice per i fans. Il web ha aperto tantissime porte rispetto alla possibilità di fruire di immagini e video un tempo criptati o per pochi eletti. E credo che una grandissima parte dei fans dei RHCP abbia visto il filmato di una intervista a John trasmessa da una TV olandese nella sua casa di Amsterdam.
Era il 1994, qualche anno dopo la sua prima uscita dal gruppo. Uno zombie incartapecorito dalle droghe pesanti cerca di esprimersi, è depresso e deprimente. A un certo punto John suona e canta una canzone da lui composta. Sembra un gatto in calore, frustrante e frustrato. Interiorizza negatività, altrettanto trasmette negatività.
Qualche anno prima, alla sua prima esperienza coi Red Hot, in qualsiasi cosa facesse c’era un’energia dilagante, irrefrenabile. In quel momento, nel 1994, quella forza vitale aveva bruciato tutto. Si dice sia scampato a 8 overdose.
Ma fortunatamente l’erba buona non muore mai. C’era solo da attendere che rispuntasse nella terra bruciata, pian pianino. Chi ha passato momenti di buio pesto sa cosa può significare la frase “Aspetterò il momento per un migliore slancio”, ritornello della song “Zeta reticoli” di un genuino gruppo musicale genovese, i Meganoidi.
Infatti qualche anno dopo John coi suoi amici della band avrebbe prodotto “Californication”.
John Frusciante è amato perché rappresenta l’araba fenice e l’uomo, come ha insito in sé stesso un senso di giustizia innato, primordiale, include nella propria chimica anche il senso di rilancio, di spinta verso l’alto, perché quando ha bisogno di spinta guarda al cielo, perché quando sta affogando nuota verso la luce.
In questi sguardi al cielo e in queste bracciate verso l’ossigeno c’è il chitarrista dei RHCP e c’è la maggioranza del pubblico rock mondiale.
…fortunatamente l’erba buona non muore mai. C’era solo da attendere che rispuntasse nella terra bruciata, pian pianino. Chi ha passato momenti di buio pesto sa cosa può significare la frase “Aspetterò il momento per un migliore slancio”, ritornello della song “Zeta reticoli” di un genuino gruppo musicale genovese, i Meganoidi.
Perché il rock è sofferenza, è forza e debolezza al contempo, è trasparenza, è una guerra a cercare tre parole che risultino tre bastonate, è altalenanza, è un genere musicale che storicamente si contrappone alla disco music: il rock è una maglietta nera, birra e whisky, la disco è lustrini, cocktail e champagne.



- Un sentito grazie ad Andrea “Ramone” Compagnin che ci ha concesso di pubblicare le sue foto. Il suo book fotografico personale di concerti live è un viaggio profondo ed energico. Andrea è stato ideatore e curatore, assieme all’amico Matteo Bussi, della mostra fotografica “Blank generation” tenutasi alle gallerie di Palazzo Thiene nella primavera del 2023.
- Qui sono state esposte le opere dei fotografi newyorkesi Roberta Bayley e David Godlis. Ho personalmente visitato l’esposizione, sapientemente spiegatami da Andrea e grazie alle foto e ai racconti di Andrea ho avuto occasione di sudare nella folla del CBGB’s con la birra in mano per poi, spazzati fuori gli ultimi avventori dal locale, fumare l’ultima sigaretta con gli amici. Eravamo tutti con gli anfibi immersi nelle pozzanghere di Bowery Street, illuminati dai fari delle poche auto di passaggio nella notte della grande mela e dalle pupille lucenti delle scimmie adagiate sulle nostre groppe.
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