Vi è mai capitato di entrare in una stanza e non ricordare per quale motivo vi ci siete diretti?
Forse siete entrati in cucina e volevate qualcosa dal frigo, o semplicemente un bicchiere d’acqua. Magari siete entrati in salotto per prendere un libro o per riguardare una foto.
Ricominciate a ripercorrere i vostri passi, a pensare a ciò che stavate facendo pochi istanti prima, ma nulla accade. Ora voi siete in quella stanza, e non avete la più pallida idea di come giustificare la vostra presenza li. Ritornate allora alla vostra occupazione, vi dimenticate dell’accaduto e poi, dopo qualche istante, un’ora o due, rientrate in cucina per un bicchiere d’acqua, in salotto per prendere un libro e sorridete rivedendo una vecchia foto sullo scaffale, nemmeno ve ne accorgete che avete risolto il vostro arcano.
Questo lapsus potrebbe essere paragonato al famoso “blocco creativo”.
Una pagina, un foglio, una tela, un blocco di legno o uno spartito: bianchi. Sarebbero da riempire di parole o segni, da scolpire o da arrangiare ma la loro forma non vuole cambiare, sono vergini e tali hanno intenzione di restare.
A questo punto di solito personalmente inizio una carriera da maratoneta, dalla scrivania alla finestra, dalla finestra al divano e dal divano alla porta di ingresso. Matita in bocca, sguardo che cerca lontano un qualcosa che non conosce e che non sa nemmeno se c’è.
Si potrebbe andare a camminare, in palestra o fare dell’altro che impegni il lobo sinistro del cervello per far sì che quello destro faccia il suo lavoro. Lo faccio. Dopo poco dimentico che volevo “tirar fuori qualcosa”, e non produco nulla.

Nel 2010 avevo 17 anni. Da poco avevo cambiato squadra di calcio e con quella anche il cerchio di amici con cui passavo il mio tempo libero. Odiavo la televisione, la vedevo, come ora del resto, un mezzo di propaganda becera e privo di qualsiasi tipo di creatività e novità. Leggevo molto, certo, ma non è una cosa molto comune tra i sedicenni e spesso non avevo nessuno con cui confrontarmi.
“Hai mai visto Yotobi?”
Filippo passa tutto il tempo che trascorriamo insieme con il telefono in mano e ride tra sé, riuscendo comunque a partecipare al discorso, incredibile.
“Cos’è?”
“Come cos’è? È un tipo che fa video su YouTube, fa recensioni di film brutti, fa morire dal ridere.”
“Ma è giapponese? Dal nome lo sembra”.
Questa è stata la prima volta in cui ho scoperto che su YouTube non venivano caricati solo video musicali e doppiaggi di cult del cinema molto poco ortodossi, ma anche che esistevano persone che davanti ad una telecamera snocciolavano argomenti o storie senza vincoli di produzione o di etichetta.
Iniziai ad essere un assiduo spettatore della piattaforma e in particolare di Yotobi, al secolo Karim Musa, vedendolo inizialmente criticare in chiave comica pellicole di serie Z per poi evolversi sempre di più in un intrattenitore che sembrava crescere insieme al pubblico che lo seguiva, portando format con un imprinting diverso ma con un filo conduttore sempre costante: argomenti che appartenessero a lui, ma anche alla platea che lo ascoltava.
Sono passati 13 da quel giorno in cui vidi per la prima volta un video di Karim.
Pochi giorni fa ho visto un suo video: “E tu, ricordi i sogni che fai?”. Personalmente non ho mai ricordato i sogni che faccio, se non molto raramente, diciamo che si potrebbero riassumere in un paio di volte l’anno.
Il video in poche parole mostra come lui, nell’incapacità di ricordare i sogni, cerchi di “allenare” il suo cervello per riuscirci. Spiega come la capacità di sognare e di poterlo ricordare la mattina dopo aiuti fortemente nei processi creativi e di superamento dei blocchi. Per tutta la durata di girato non posso fare a meno di notare quanto a lui pesi questa sua incapacità e mi chiedo per quale motivo su lui tutto ciò abbia questo effetto.
Superare un blocco creativo può sembrare semplice, ma richiede degli input, dei suggerimenti. Può sembrare facile per chi non lavora con la propria creatività ma svolge un lavoro più meccanico, ma per chi tutti i giorni deve spremere il cervello per creare può capitare di raggiungere un limite dove per quanto si strizzi e si spinga, non esce una goccia.
La prossima volta che entrerete in una stanza e non ricorderete per quale motivo siete li, ricordate che quello che provate per una frazione di secondo non è che un frammento di quello che prova chi soffre di un blocco creativo.
Queste righe che scrivo ora mi hanno richiesto molto più tempo di quello che pensavo. Inizialmente avrei voluto raccontarvi il finale del mio viaggio in Africa, poi ho virato su una scorrazzata in Calabria passando attraverso il racconto di un tatuatore che cerca di tenere in vita una tradizione vecchia di secoli.
Ma nulla di tutto ciò che scrivevo sembrava avere un senso, perché quando si modella qualcosa lo si fa per esprimere quello che si pensa, per trasmettere agli altri un concetto o una realtà che riteniamo degna di nota, ma dare in pasto al pubblico una propria creazione può intimorire. Sorgono dubbi come “e se ciò che faccio non valesse la pena di essere fatto?”, dubbi che rallentano la creazione e che spesso portano a blocchi di lunga durata. Altri dubbi possono essere quelli che insinuano che non si abbia niente da dire, niente di interessante quanto meno, forse questi sono anche peggiori dei precedenti.
Qualcuno potrebbe pensare che si tratta solo di paranoie, ma trovatemi un creativo, un comunicatore, che non sia anche in minima parte paranoico e vi stringerò la mano!
In conclusione, riuscire a creare qualcosa dalla propria mente è una delle abilità e possibilità più belle che abbiamo ma può nascondere difficoltà difficili da spiegare e far capire.
Spero, anche solo in minima parte, di esserci riuscito.
Un ringraziamento a Karim Musa per avermi dato l’ispirazione per queste righe, vi lascio in coda il link al suo canale e al suo video.
https://www.youtube.com/@yotobi

Tatuatore, lettore, camminatore.
agostino.oscar18@gmail.com